News  ·  09 | 02 | 2021

Il fascino irresistibile del pardo

Intervista a Luciano Baragiola vincitore del concorso per la realizzazione del manifesto di Locarno74: «Il Festival è il giallo e il nero, Locarno è il pardo.»

Impossibile resistere al pardo. Questo – più o meno – è quello che ha pensato Luciano Baragiola quando si è messo a lavorare alla sua idea per il manifesto di Locarno74. Una tra mille, quella vincente. Il designer di Lugano, classe 1980, fondatore dello studio favon.io, ha vinto il bando per la realizzazione dell’immagine ufficiale della prossima edizione del Locarno Film Festival, facendosi strada tra 901 proposte arrivate da 85 Paesi dei cinque continenti. L’idea? Scomporre il pardo in 24 parti. «È il concetto alla base del cinema - racconta Luciano - quei fatidici 24 fotogrammi che mostrati rapidamente, in un secondo, ingannano l’occhio umano dandogli l’illusione del movimento. Diciamo che è il concetto grafico di ciò che tecnicamente è la magia di un film». 

Dunque c’è anche della poesia… 

«Dal mio passato di ingegnere, direi che è tecnica. Ma indubbiamente dalla tecnica può nascere la poesia, così come nella scienza si nasconde l’arte». 

Come hai affrontato la sfida di disegnare il manifesto di Locarno?

«Passando un mese assurdo (sorride, ndr); quando io e i miei colleghi allo spazio Cromo di Lugano abbiamo visto il bando abbiamo detto “bello, ma difficilissimo”. Bisognava confrontarsi con un’istituzione culturale con una storia importantissima e con il suo emblema, il pardo, che viene rivisitato da decenni… Ma era troppo affascinante per mollare e l’uno con l’altro ci siamo spinti a vicenda per partecipare. Cosa che abbiamo fatto in quattro». 

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Il Festival è il giallo e il nero, Locarno è il pardo. Sono ancora convinto che sia troppo bello e forte per farne a meno a livello visivo

L’idea quando e come è arrivata? 
«Velocemente, ma l’ho concretizzata soltanto nell’ultima settimana. Originariamente avrei voluto costruire l’immagine artigianalmente, con un telaio su cui appendere 24 fogli da fotografare, ma grazie al consiglio dei miei colleghi sono passato al digitale. Non ho realizzato solamente l’immagine che vedete, ma anche un’animazione in 3D che genera un loop infinito della camminata del pardo. Il manifesto, alla fin fine, è soltanto uno dei suoi 24 fotogrammi».

Cos’è un manifesto? 
«È tanto. Nel caso di Locarno è un passato da declinare al futuro, nel presente; è qualcosa che deve comunicare una storia e rispondere a una storia. In generale è qualcosa che deve catturare l’attenzione in un’epoca in cui riuscire a farlo sta diventando sempre più difficile. Per quanto mi riguarda sono felicissimo e onorato di rappresentare il Festival, che è ben oltre il suo manifesto. Io sono cresciuto al Festival, con mamma e papà che mi portavano in piazza a vedere film per me bambino magari talvolta incomprensibili, ma che hanno acceso quella passione per cui ora sono io a portare i miei amici al Festival». 

Vista la difficoltà di affrontare il pardo non hai pensato di puntare su altro? 

«Credo si arriverà prima o poi a ragionare oltre il pardo, ma ora era troppo presto. Il Festival è il giallo e il nero, Locarno è il pardo. Sono ancora convinto che sia troppo bello e forte per farne a meno a livello visivo; la sua camminata prima di ogni film o la Piazza Grande maculata sono punti fermi per chiunque. Poi ripeto, magari proprio il manifesto sarà il luogo in cui, in futuro, prendersi qualche libertà. Penso ad esempio a poter esplorare un terzo colore da affiancare al giallo e al nero; come il bianco, che io ho aggiunto nella tipografia del mio e che era già protagonista del bellissimo manifesto presentato l’anno scorso, uno dei miei preferiti, prima che la pandemia stravolgesse tutto. Detto questo per me oggi c’è ancora bisogno del pardo; io quantomeno ho voluto rimanere su quello, semmai osando a livello di sintesi, di immagine finale. Il pardo è il pardo, ha una forza magnetica. Una prova? A ben vedere il mio potrebbe essere una pantera, eppure chiunque ci vede proprio lui, il pardo. È inevitabile». 

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